A colloquio con Christian Tissier, unico occidentale a sedere nel gotha dell’aikido Aikikai

di Monica A. Rossi

Torino i primi di giugno; gli aikidoisti della Uisp (Unione italiana sport per tutti) festeggiano il decennale dell’insegnamento di Christian Tissier in Italia. Questo maestro francese, settimo dan (è l’unico maestro occidentale con questo grado nell’Aikikai ed è anche l’unico occidentale chiamato a sedere nella direzione didattica a Tokyo), presta in Italia il suo insegnamento in esclusiva per la Uisp e, grazie a una serie di stage annuali, ha ormai creato nel nostro Paese una vera e propria ”scuola”

Tissier è un uomo di comprovato carisma nonostante il temperamento schivo e la riservatezza, probabilmente assorbiti durante i lunghi anni in cui ha abitato in Giappone.
So che lei é andato in Giappone molto giovane.
Infatti, avevo 18 anni.
Che significato ha un’esperienza del genere per un ragazzo cosi giovane?
È un’esperienza lontana nel tempo, ed è difficile da raccontare in due parole.

Alla fine del 1968, dopo la maturità, e dopo aver svolto vari lavori per pagarmi il viaggio, partii per il Giappone: l’idea iniziale era di restarvi per sei mesi. A quell’epoca non c’erano nemmeno le comunicazioni di adesso, per cui partii con la Transiberiana: viaggiai per tre settimane di treno, insomma, fu quasi un’epopea. Quando arrivai in Giappone, iniziai a fare aikido e a trovarmi dei lavoretti per mantenermi. In capo a sei-sette mesi, cominciai a scoprire la ricchezza del lavoro del­l’Aikikai e decisi di fermarmi ancora un po’, finché, continuando a rimandare, ci sono rimasto per otto anni.

Aveva scelto un maestro in particolare?
No, non a priori: all’inizio non sapevo bene come funzionava l’Aikikai, dunque mi iscrissi a tutti i corsi tenuti dagli esperti, ma rapidamente fui sedotto dall’aikido del maestro Yamaguchi e siccome avevo una lettera di presentazione da parte di un suo allievo, Harai, un pittore che a quell’epoca viveva a Parigi, potei avere delle relazioni privilegiate con lui.

In quegli anni ho seguito i corsi di tutti i maestri, ma i miei direttori di pratica erano il signor Yamaguchi e il doshu Ueshiba Kisshomaru, di cui ero l’uke: lavoravo con lui tutte le mattine.
Ha sperimentato atteggiamenti “razzisti” tra gli aikidoka giapponesi, visto che lei era un occidentale: un gaijin?
No, assolutamente. È vero che all’inizio i giapponesi quando non ti conoscono ancora bene hanno la tendenza a osservare piuttosto che a venire a parlare con te, quindi mi sono sentito un po solo: non mi sentivo assolutamente integrato e mi sentivo motto sotto osservazione. Ma nel giro di qualche mese, quando hanno visto che ero là per impegnarmi, quando hanno compreso chi ero, sono diventati subito molto amichevoli. Inoltre ero protetto dalla famiglia Ueshiba, che ha sempre avuto un atteggiamento molto benevolo nei miei confronti.
E la sua famiglia, come ha reagito alla sua decisione di fare questa esperienza?
Non ho avuto problemi con i miei genitori perché essi avevano completa fiducia in me sin da quando ero ragazzino: sapevano che ero serio, che avevo già un buon background di aikido prima di partire. Certo, erano un po’ preoccupati, ma non mi hanno mai impedito niente; a diciott’anni non ero ancora veramente un adulto, ma non ero nemmeno più un bambino; dopo la mia partenza, mi rividero che avevo già diciannove o vent’anni e a quell’età si cresce in fretta. In ogni caso ero completamente autonomo.

Quando è tornato in Francia qual è stato l’impatto, dopo tutti quegli anni in un paese cosi diverso? Si è trattato di un secondo choc culturale?
Il rientro, che avvenne nel luglio del 1976, fu abbastanza dolce. È vero che avevo trascorso tutta la giovinezza in un paese come il Giappone, e, anche se tornavo ogni tanto in Francia, non avevo gli stessi punti di riferimenti che aveva un giovane europeo della mia età, a livello musicale, culturale eccetera. Anche sul piano dell’aikido c’erano molte differenze… Ora questo è molto cambiato. La pratica in Giappone e in Europa è identica; ma a quell’epoca non era così, quindi c’era un grosso lavoro da fare e io ero molto motivato a portarlo avanti. Dal punto di vista della vita quotidiana ho dovuto riabituarmi ai modi di fare occidentali: ho dovuto perdere alcuni riflessi orientali che ormai erano diventati parte di me, nel modo di parlare, di presentarsi, di comunicare con le persone. Ma a tutto questo ci si riabitua in fretta, basta un po’ di buon senso. Non ho avuto la sensazione di dovermi “riadattare”, ma sicuramente avevo la sensazione di avere uno sguardo differente sulle cose, avendo vissuto tanto tempo in Estremo Oriente, e soprattutto allora: ormai le cose sono cambiate; ci sono molti stranieri in Giappone, molti più scambi e comunicazioni con l’Occidente. È stato interessante riscoprire com’era veramente la Francia, perché quando si è all’estero da tanto tempo si ha la tendenza a magnificare, a sopravvalutare certe cose.

Non ha avuto la tentazione di fermarsi in Giappone definitivamente?

No, perché avevo la sensazione di aver fatto tutto quello che c’era da fare là. Ne ho parlato a lungo con i miei maestri e loro hanno insistito affinché io rientrassi in Francia: visto che oramai ero quarto dan (ero il quarto dan più giova­ne), ed ero pieno di energia, mi dissero, era il momento di rientrare. Se avessi aspettato di dare il quinto dan ci sarebbero voluti ancora altri quattro o cinque anni, avrei avuto quasi trent’anni e probabilmente avrei avuto meno voglia di impegnarmi nell’insegnamento nel mio Paese d’origine. Mi hanno quindi incoraggiato a lasciare il Giappone, cosa che ho fatto.
Il suo aikido è noto per essere un aikido tecnico, le sue lezioni non danno molto spazio al misticismo. è una scelta precisa?
Sul piano della tecnica e della pratica c’è sicuramente un tocco personale, ma si tratta in effetti solo di ciò che ho imparato. L’insegnamento dell’Aikikai non è assolutamente un insegnamento mistico, è semplicemente tecnico, tutto ciò che riguarda l’aspetto spirituale della pratica è all’inter­no della pratica stessa. Ricordo che negli anni in cui ero in Francia prima di partire per il Giappone, l’aikido era molto più mistico ed esoterico. Ma ritengo che fosse perché c’era una mancanza di tecnica e allora la si rimpiazzava con le parole. Penso che anche nello zen la pratica non sia mistica, bensì fisica; ci si siede, si cerca di fare il vuoto e si fa un lavoro sul corpo. Abbiamo scelto una disci­plina il cui supporto di studio è il corpo, non la testa Dunque bisogna passare attraverso il lavoro sul corpo di modo che si possano ricevere dei messaggi più profondi; c’è bisogno di una tecnica che permetta di sbloccare il corpo, bisogna liberare le spalle, trovare il proprio centro eccetera. Se si scegliesse un campo di studi unicamente rivolto alla meditazione, bé, ci si concentrerebbe sulla meditazione. Noi abbiamo scelto un campo di studi che è fisico, quindi non bisogna negarlo.
In una dimostrazione a cui avevo assistito in Francia avevano presentato il suo come un aikido in versione “difesa personale”. E la mia impressione, in effetti, era che il suo aikido fosse più “diretto” o efficace rispetto alla media.
Non so, personalmente pratico akido come un sistema di educazione, ma si tratta pur sempre di un’arte marziale, quindi si cerca sempre il minimo di forma e di energia per il massimo risultato. Per me l’aikido è un’arte marziale: credo alle mie tecniche, alla loro efficacia, quando non funzionano è perché sono io e unicamente io che non riesco a eseguirle correttamente. Qualche volta, quando vedo l’aikido in dimostrazione presentato da altri ,ho l’impressione di non fare la stessa cosa e certe volte mi vergogno perché non è per niente l’immagine che desidero dare della mia disciplina.
In questo stage mi hanno fatto notare che tra i praticanti della sua scuola c’è molto contatto fisico, mentre in altre scuole, per esempio nell’Aikikai d’Italia, si mantiene una maggiore distanza.
In Italia ci sono grandi maestri dell’Aikikai: Tada. Fujimoto, Hosokawa, che hanno la stessa mia formazione; le loro tecniche e le mie sono identiche. Certo, tra diversi insegnanti ci può essere un approccio pedagogico diverso Ma per me, anche se qualcuno può credere di vederle, non ci sono differenze tra il mio insegnamento e quello dell’Aikikai d’Italia.
Ha fatto in tempo a conoscere Morihei Ueshiba?
No, era ancora vivo quando sono arrivato in Giappone, ma non ho fatto in tempo a incontrarlo, stava per morire.
Alcune persone si avvicinano all’aikido proprio per via della figura del fondatore, uno degli ultimi personaggi mitici dei nostri tempi, e anche perché aspirano ai suoi stessi eccezionali poteri …
Francamente ho riflettuto su questo. lo non ho conosciuto Ueshiba Morihei, ma ai tempi in cui ero un giovane praticante ci si riferiva sempre alla sua immagine, si parlava delle sue capacità fuori dalla norma: attualmente tutto questo è un po’ sfocato: mi sembra che per i giovani lui sia solo una foto. Penso che più si andrà avanti, più la sua immagine diventerà astratta; presto dalla sua morte passeranno trenta quaranta, poi cinquanta e sessant’anni e l’aikido sarà rappresentato da altre figure. E va bene così: l’aikido continua a evolversi; lui ha gettato le basi, era un genio delle arti marziali, ma l’aikido cresce; se non si sviluppasse di decennio in decennio, se il maestro continuasse a essere più bravo degli allievi, in breve arriverebbe un momento in cui non resta più niente.
Ieri sera io e lei abbiamo parlato del rapporto tra maestro e discepolo e del fatto che un vero allievo è colui che realizza i sogni del maestro.
Esattamente.
Qual era il sogno di Morihei Ueshiba?

Io penso che il sogno del maestro Ueshiba, raccolto in particolare da suo figlio Kisshomaru, fosse quello di diffondere (aikido nel mondo, di fare in modo che i popoli e le genti che praticano l’aikido trovino un’intesa grazie a una pratica che favorisce la pace universale. Certo, pace universale è una parola grossa, ma credo che lo scopo non sia quello di dire ”sì” a tutti e di abbracciarsi, bensì di avere un sistema educativo per sviluppare nelle persone che fanno arti marziali, e in particolare l’aikido, delle qualità umane che mostrino un ideale culturale, fisico e mentale di perfezione. Quando si ricerca un ideale di perfezione ci si sbarazza in fretta di tutti pensieri e le azioni negative che non permettono alla gente di comunicare. In questo senso, più le persone saranno educate al rispetto, alla moralità, al gusto di sforzarsi, al rispetto dell’altro e alla comunicazione, più si andrà verso la comprensione degli altri. L’aikido, in quanto arte marziale”del perdono”, si inserisce perfettamente in questa logica. Non voglio dire che grazie all’aikido il mondo andrà meglio. No, voglio dire che le persone che praticano, anche se poche, possono essere un modello per un gran numero di persone. Credo che fosse questo il proposito del maestro Ueshiba.
E qual è il suo sogno? È lo stesso?
Non sono ancora. non so se per fortuna o per sfortuna, nell’età in cui si sogna, perché sono ancora relativamente giovane nella pratica e sono in un periodo in cui devo costruirmi. Certamente i miei sogni sono di perfezionarmi e di essere un modello per un insieme di persone, e quando dico modello non intendo dire un “consigliere spirituale”, ma semplicemente qualcuno che riesce a trasmettere alle persone la voglia di praticare e di progredire nel senso dell’insegnamento di Ueshiba-sensei. Di altri sogni…bè, non sono ancora nella dimensione del sogno, la mia pratica è ancora “terra-a-terra”.
Essere occidentale nel trasmettere un’arte orientale ad altri occidentali è un vantaggio?
E’ un vantaggio e uno svantaggio allo stesso tempo. Tutti sanno che c’è più mistero. più rispetto, più esotismo, quando il maestro è orientale. Si cerca sempre il proprio opposto. Ma è un vantaggio nella misura in cui ho più punti di comunicazione con le persone. Ho probabilmente meno inibizioni o meno paure dei maestri giapponesi. La pedagogia che deriva dal nostro spirito cartesiano, inoltre, è ormai universale. Non ho l’impressione di fare qualcosa di diverso dai maestri giapponesi, ma piuttosto di avere un rapporto con gli allievi e un rapporto pedagogico diversi. Non so cosa sia meglio: si vedono praticanti eccellenti dappertutto, quindi può darsi che i risultati si equivalgano.
Cosa sarebbe stata la sua vita senza l’aikido?
Non lo so proprio, anche perché ho iniziato a praticare a tempo pieno cosi giovane. A scuola avevo dei buoni voti, ma non so cosa avrei potuto scegliere di fare. Un campo che potrebbe appassionarmi ora è il diritto. E la fisica, per capire i misteri della natura, ma non so se avrei le capacità scientifiche per intraprendere un tal genere di studi.
E che cosa le ha dato l’aikido?
Mi sento bene nei miei panni. Ho quarantanove anni e sul piano fisico sono in buona forma: sul piano mentale ho la sensazione di essere relativamente sano. Sono soddisfatto di come sono. Certo, devo fare ancora molto per migliorarmi, ma non ho niente da nascondere né da rimpiangere.
Quando si è arrivati a un certo punto nella pratica, si ha ancora bisogno di un modello o diventa una ricerca personale?
Quando si arriva a un certo punto e si hanno delle certezze sulle tecniche di base, quando si sono compresi i principi dell’aikido, per esempio quelli che riguardano la distanza, l’integrità, gli assi, si può continare a perfezionarsi e a creare e si sa che bisogna purificare la propria tecnica, che diventa di conseguenza sempre più chiara, sempre più semplice, più spoglia, più efficace. Ma si hanno sempre dei modelli in testa, perché si sono immagazzinate dai nostri maestri migliaia di visioni, che non si sono comprese immediatamente. Ma a poco a poco queste riaffiorano, e si ritrova ciò che allora non si era compreso, perché ora si ha la capacità di comprenderlo.
ARTI d’ORIENTE – mensile di discipline di combattimento e cultura orientale – LUNI EDITRICE
anno III n. 8 ottobre 2000