Se Ai in quanto unione e armonia è, nella pratica come in teoria, l’elemento caratterizzante dell’Aikido, i neuroni specchio recentemente scoperti da un gruppo di neuroscienziati coordinati da Giacomo Rizzolati a Parma, potrebbero essere considerati “i neuroni dell’Aikido”.

Questi neuroni possono “attivare nel nostro cervello rappresentazioni neurali di azioni motorie simili a quelle che percepiamo o ci attendiamo in altri”.

Ora sappiamo che la nostra capacità empatica di metterci al posto degli altri avviene in modo inconscio, indipendentemente da una nostra decisione. I neuroni specchio ”fondono le persone a livello corporeo….L’empatia collega un corpo ad un altro”.

Una meravigliosa capacità, un processo semplice ed automatico che, grazie a questa scoperta, esce dalla sfera cognitiva in cui si riteneva risiedesse, per entrare in quella della percezione e delle emozioni.

 

Non che ce ne manchi il controllo (anche la respirazione è automatica, ma noi siamo tuttavia in grado di esercitare un controllo cosciente su di essa), ma la scienza considerava l’empatia in modo totalmente sbagliato. L’empatia deriva da connessioni corporee inconsce implicanti facce, voci ed emozioni. Gli esseri umani non decidono di essere empatici, ma semplicemente lo sono…

Questi neuroni vengono attivati quando eseguiamo un’azione, per esempio quando protendiamo un braccio per prendere una tazza. Poiché i neuroni specchio non distinguono tra il nostro comportamento e quello di altri, permettono al nostro organismo di istituire un collegamento intimo fra i nostri comportamenti mentali e quelli di altri”.

L’aspetto automatico, percettivo ed inconscio di questo collegamento, fornisce una base scientifica a quella capacità di fusione tra uke e tori che permette ad una tecnica difensiva di essere congrua all’attacco, proprio quando il tempo a disposizione sarebbe insufficiente per una risposta di tipo cognitivo.

Una quarantina di anni fa ho assistito ad un fatto che ancora ricordo con ammirazione e stupore:

Durante un raduno estivo nella zona di Paestum venne organizzata un’amichevole a squadre tra la nazionale di karate svedese e quella italiana. Il tatami era stato montato nell’area archeologica e il pubblico (i praticanti di tutte le discipline che partecipavano al raduno) era a ridosso dell’area di gara.

Il Maestro giapponese allenatore della squadra italiana seduto tra il pubblico, per tutto il tempo della gara, comunicò ai suoi ragazzi (curando di farlo in italiano) le tecniche con cui di lì a poco gli avversari svedesi avrebbero attaccato. Riusciva a intuire un diretto sinistro o un semicircolare destro con un anticipo di svariati secondi. Se non ci fossero stati diversi incidenti dovuti all’eccesso di agonismo, avrei sospettato di un segreto accordo con gli avversari. Non ne sbagliava uno.

Questa formidabile capacità di intuire in anticipo i movimenti dell’avversario la ritroviamo anche nei racconti biografici sul Fondatore.

L’empatia trova la sua origine nella sincronizzazione corporea e nella diffusione degli stati d’animo. Le forme complesse fondate sull’immaginazione e sulla proiezione crescono da qui, ma solo in via secondaria”.

Roma, 17/11/2013

Fabrizio Morari

Il corsivo è tratto da: Il bonobo e l’ateo – Frans de Waal – Raffaello Cortina Editore