Donn F. Draeger

Budo classico

Ed. Mediterranee

Pagine 127

L’autore è stato un noto storico ed esperto di arti marziali giapponesi tradizionali, oltre a “Classical Budo: The Martial Arts And Ways Of Japan, Volume Two”  ha scritto altri testi famosi, ad esempio “Classical Bujutsu: The Martial Arts And Ways Of Japan, Volume one” e “Comprehensive Asian Fighting Arts”. E’ morto nel 1982. Questo testo illustra lo sviluppo delle arti marziali giapponesi nel contesto storico del periodo Edo (1603-1868).

L’enfasi e’ posta sul processo che ha portato le scuole di arti marziali fiorite nei travagliati secoli precedenti a cambiare la finalità dei propri insegnamenti durante gli anni di relativa pace del periodo Edo. Le antiche scuole (“ryu”) insegnavano sistemi marziali caratterizzati per lo piu’ dal nome “jutsu”, o “arte”. Le scuole avevano come fine principale, necessariamente, quello di garantire la sopravvivenza del guerriero (“bushi”) mediante l’apprendimento interiorizzato di tecniche efficaci e letali. La classe dei guerrieri era caratterizzata da un preciso sistema etico, che le scuole di arti marziali insegnavano a rispettare. Di fatto, inoltre, la pratica delle arti marziali formava anche la mente del guerriero, che doveva essere il piu’ possibile distaccato dalla cruda realtà’ del combattimento. Cosi’, i grandi “bushi” del passato non erano soltanto esperti nelle tecniche marziali, ma possedevano anche personalità’ ed elevato rigore morale. Sintetizzando, le finalità del “bujutsu” erano nell’ordine l’efficacia nel combattimento, la disciplina, ed infine la morale.

Nel periodo Edo il governo militare (in pratica, una dittatura dinastica) della famiglia Tokugawa impose un periodo di relativa pace in Giappone. Molte vecchie scuole di arti marziali, e molte nuove scuole che nacquero in questo periodo, trasformarono gradualmente il loro insegnamento ponendo sempre più attenzione alla crescita spirituale dei loro adepti. La finalità dell’insegnamento divenne il raggiungimento di uno stato di auto-realizzazione e auto-perfezionamento attraverso la pratica delle tecniche fisicamente impegnative proprie delle arti marziali.

Spesso l’obiettivo di rendere l’adepto invincibile sul campo di battaglia divenne secondario. Molte scuole formularono principi morali che impedivano di utilizzare gli insegnamenti ricevuti se non per scopi “leciti”. Infine si comincio’ a prestare attenzione anche all’eleganza delle tecniche insegnate, in accordo allo sviluppo culturale che segnò il periodo Edo.  Questa trasformazione delle scuole di arti marziali era incoraggiata dal governo militare, per il quale la classe dei “bushi” costituiva un problema per il mantenimento dello “status-quo” nel paese. L’indicazione più’ evidente della trasformazione dell’insegnamento delle scuole di arti marziali fu la trasformazione nel nome degli stili marziali dell’ideogramma “jutsu” (arte) nell’ideogramma “do” (via).

Il testo e’ focalizzato soprattutto sulle scuole di arti marziali legate all’uso della spada, e quindi al processo di trasformazione delle antiche scuole di “kenjutsu” (arte della spada) nelle scuole di “kendo” (via della spada). Pur se con meno enfasi, il testo tratta anche delle arti marziali “disarmate”e quindi al processo di trasformazione del “jujutsu” (arte della flessibilita’) nel “judo” (via della flessibilita’).(nota *)

Il testo comunque si ferma all’analisi del periodo Edo. I successivi periodi, a partire da quello Meiji (1868-1912), non sono considerati.

(nota *) Va precisato che il termine “judo” era utilizzato in Giappone gia’ molto prima che Kano Jigoro definisse il suo personale sistema (“Kodokan judo”) nel 1882. Si ritiene che il termine sia stato utilizzato per la prima volta da Kan’emon Terada, “soku” della scuola “Kito ryu” di “jujutsu” agli inizi del diciottesimo secolo.

Non e’ probabilmente un caso che Kano Jigoro, prima di creare il suo stile, avesse conseguito il grado di “shihan” della scuola “Kito ryu”.