(S)  arte_combattere

Intervista a KENJI TOKITSU –

J. louis Cavalan –

Hervè Vernay –

Matteo Luteriani –

Ed. LUNI –

Pagine 202 –

Con il “gioco dell’intervista” il Maestro Tokitsu affronta temi classici del budo con lo spirito critico e disincantato che lo contraddistingue e che gli permette di indagare i limiti tra controllo del ki e illusione, tra maestri e illusionisti, tra suggestione ed efficacia e… ce n’è per tutti.  Precisato in partenza che “Ora per me, l’ideale del budo è l’immagine di un adepto di spada che domina il suo avversario puntandogli la propria spada contro. L’avversario è immobilizzato e dominato prima di venire colpito. Le arti marziali giapponesi ci incitano a ricercare questo stato.” Ne consegue che: “Non potrete giammai concepire questo livello del budo attraverso lo spettacolo delle arti marziali, che non possono esistere che per l’esuberanza dei gesti. …

Quando la cosa mostrata è talmente più evidente dell’essenziale nascosto, si innesca una decadenza…la prospettiva del budo che cerca in profondità la sobria e reale efficacia, è incompatibile con la volontà di attirare gli sguardi attraverso uno spettacolo immediato…Molti di coloro che si dicono artisti marziali e pretendono di superare gli sport di combattimento, sono piuttosto degli illusionisti marziali.”

Ci si muove evidentemente tra qualche dubbio “In nome delle arti marziali, quanti sono i microcosmi dove dei guru giocano il ruolo di maestri con uno sfondo commerciale? Esistono circoli molto chiusi che a volte toccano il patologico” e la consapevolezza “Per me la ricerca del benessere è direttamente collegata alla ricerca dell’efficacia nel budo, non è una questione di stile…Le arti marziali sono un mezzo privilegiato per forgiare, coscientemente il corpo e lo spirito; per questo offrono una possibilità d’educazione fisica eccezionalmente ricca, a condizione di non impoverirle.

 

Si indaga sui rapporti tra respirazione, introspezione e rappresentazione del proprio corpo, tra propriocezione e tanden, come sulle modalità di unione dell’energia vitale nel kiai, fino a penetrare negli aspetti percettivi e psicologici dell’anticipo: “È basandosi con certezza sul lasso di tempo tra la percezione dell’atmosfera e i movimenti dell’avversario che lo si può precedere evitando il suo attacco , anche con un movimento relativamente lento.” e a volte “La rapidità e l’ampiezza del gesto, che tendono a colmare la mancanza di previsione, per una scarsa percezione, lo rendono spettacolare. È come nel calcio: il portiere, se è piazzato correttamente sulla traiettoria del pallone, farà una parata che passerà inosservata. Per contro tuffandosi, sarà applaudito vivamente…Si, penso che la profondità nelle arti marziali sia formare uno sguardo capace di vedere bene e molto, laddove non c’è apparentemente niente da vedere.”

Non manca una attenta riflessione sul rapporto allievo-maestro da cui scaturisce la presa di posizione lucida e coerente dell’autore “se non si prova una libertà di spirito e di azione, non vale la pena praticare le arti marziali…La mia ottica differisce da quella dei maestri giapponesi rimasti nella cultura giapponese. La cosmologia che deriva dalla loro pratica delle arti marziali non può rispondere alla mia esperienza nella cultura francese, che mi ha aperto ad un’altra visione del mondo…Si può insegnare senza essere ricercatori: si è allora insegnanti, educatori o istruttori, ma in tutti i casi non si è maestri. Il maestro non esiste che attraverso la relazione con un discepolo; l’insegnamento è un confronto dinamico tra loro, che comporta naturalmente un’attitudine di ricerca…Io non sono < Il Maestro >, ma posso essere eventualmente il maestro di qualcuno…Gli allievi praticano e costruiscono la loro educazione. Io posso aiutarli, e loro mi aiutano senza averne coscienza.” e naturalmente, così argomentando sale in superficie il problematico rapporto tra creatività e tradizione: “non si può indagare tutto ciò che i nostri avi hanno accumulato…bisogna inizialmente studiare ed apprendere (…) differenti stili e scuole per poterli comparare e fare delle critiche validamente oggettive. Se non si è fatto questo enorme lavoro, la conoscenza è troppo limitata per captare le cose nella loro globalità…

Nell’intervista viene citato l’Aikido in diverse occasioni, sempre riconducibili alle tematiche sul ki e sull’efficacia: “…Nell’aikido potete vedere una persona proiettarne cinque o sei a parecchi metri in modo molto armonioso.

In alcune correnti dell’aikido o del ju-jitsu il maestro arriva fino a dominare i propri allievi, interlocutori o avversari, senza nemmeno toccarli…Un fenomeno nel quale si proiettano una decina di persone alla volta è paragonabile a una situazione in cui dieci persone abbiano ciascuna un apparecchio radio sintonizzato sulla medesima frequenza…È anche come la superficie di un’acqua calma, dove si gettano in successione delle pietre esattamente nello stesso punto. L’onda si allarga e si propaga. È la comunicazione in armonia delle energie.

Il combattimento è differente. Gli avversari hanno ciascuno un potenziale di energia, ma non tirano la pietra nello stesso punto … le onde interferiscono.” pertanto si può dire che “Vi sono due tipi di comunicazione di base nelle arti marziali. L’una armonizza, sincronizza e amplifica le energie…l’altra fa affrontare due energie interferenti. Gli esercizi che mirano a sviluppare la capacità in combattimento sono intessuti dei colori di queste due forme di comunicazione: sincronia e interferenza…Esse si completavano come due ruote con le quali si poteva avanzare nella via.

Viene citato anche il kenjitsu: “Per ridurre il numero di incidenti, era fondamentale fare esercizi con sincronismo perfetto, anche quando la spada era di legno.”, per poi tornare al Ju Jitsu che l’autore sembra considerare in qualche modo assimilabile all’Aikido, “La sincronia è stata sviluppata anche nel jujitsu per ridurre i rischi durante le proiezioni…poiché allora si praticavano sul parquet e non sul tatami…Ma gli adepti anziani sapevano che si trattava di un esercizio e che nello stesso tempo bisognava imparare a rompere quest’armonia per prepararsi al combattimento…Oggi nella maggior parte delle arti marziali, si pratica spesso con una sola ruota, la ruota dell’armonia e delle sincronizzazione del ki , o la ruota delle interferenze ove contano gli attacchi e ancora gli attacchi…”

Con diverse sfumature, proprio in riferimento all’efficacia, Tokytzu precisa la sua visione, nel contempo aperta e profonda dell’arte marziale, con una immagine inequivocabile : “Nel tiro con l’arco, qualunque sia la riflessione e lo spirito, se la freccia non si pianta nel bersaglio, non è budo. Ma nemmeno è sufficiente piantare semplicemente la freccia nel bersaglio.”

Forse proprio la capacità di affrontare con metodo critico le contraddizioni presenti in tutte quelle arti che cercano nel combattimento, o in una sua rappresentazione, il modo di migliorare la vita, portano l’autore e Maestro a valorizzare molte intuizioni del fondatore dell’Aikido : “Ho evitato fin qui di parlare del pensiero del budo, poiché è stato formulato nella maggior parte dei casi in modo astratto e parziale, spesso per giustificare il nazionalismo giapponese, cosa che rende ancora più ridicoli questi discorsi quando sono ripresi dagli europei. Ma a mio avviso il pensiero del budo supera largamente i discorsi nazionalistici e ha un aspetto universale…Nel pensiero del budo, c’è una forte volontà verso una fusione con il principio universale della vita che include anche la morte, poiché, in questo pensiero, la morte non è che un’altra fase della vita. L’uomo fa parte dell’universo dinamico della creazione e della dissoluzione che si muove secondo il principio dell’energia cosmica; il mondo è nato da questo principio, e non appare fondamentalmente, a mio avviso, come la creazione di un Dio…Il pensiero del budo è sostenuto da questo tipo di cosmogonia che si può manifestare per esempio attraverso la setta shintoista dell’Omoto-kyo, nella creazione dell’aikido da parte del maestro Ueshiba. Il fondamento dello shintoismo è, secondo me, un racconto storico di questa visione del mondo, piuttosto che una religione nel senso occidentale del termine. Perciò la sua interpretazione può variare da un periodo all’altro ed è estremamente tollerante alla penetrazione di altre credenze. È in questo senso che si è fuso con il buddismo, il confucianesimo e il cattolicesimo…Avere questa intuizione permette di canalizzare e d’investire una parte fluttuante della coscienza di se, senza risolverla in modo mistico.

L’intervista a Tokitzu termina con una dichiarazione inequivocabile: ”In effetti il budo è la pratica dell’arte del combattimento che, concretamente, ci riporta alle cose più serie della nostra esistenza, poiché fa intravedere la vita e la morte, e la nozione di efficacia è per me come uno specchio ben pulito che li riflette.”