“Il cerimoniale non deve esistere per rispettare qualche antica abitudine, ma per stabilire nel presente un atteggiamento di rispetto, di amore, di umiltà.”

Michel Coquet

 

In un corso dove gli allievi sono bene educati, sarà più agevole il compito dell’insegnante e più facile l’inserimento del nuovo arrivato.
Gli allievi più anziani spiegheranno al nuovo compagno in modo naturale ed immediato:
– quale dovrà essere il suo posto,
– come dovrà posizionare gli zori,
– che all’inizio ed alla fine di un lavoro a coppie ci si saluta reciprocamente,
– chi è il personaggio del ritratto al quale il maestro e tutti i praticanti si rivolgono durante il saluto, all’inizio e alla fine della lezione.
Queste regole fanno parte dell’etichetta, in giapponese reishiki.
Ma il reishiki non è soltanto un insieme di regole formali, è l’essenza più intima delle arti marziali.
E’ la manifestazione di quella sensibilità che non è l’espressione di una forma di cortesia superficiale e affettata, bensì l’esteriorizzazione di una gentilezza d’animo, che nasce da sicurezza e serenità interiori.
L’etichetta non è ciò che sta scritto, ma un elemento vivo che scaturisce ogni volta nuovo in quel momento unico e irripetibile.
Il reishiki è il cuore della pratica, esso racchiude gli aspetti più profondi e più tipici della ritualità giapponese, dove ogni gesto ha il suo significato ed è l’espressione di una modalità svolta in un tempo ed in uno spazio adeguati.
Il reishiki è parte integrante della pratica e ne fa parte quanto l’apprendimento delle tecniche.
E’ vero che la sacralità e la ritualità insita nelle arti marziali sono, caratteristiche peculiari della cultura orientale, ma la saggezza che sprigiona dai precetti di ogni arte marziale è, sicuramente, una prerogativa dell’uomo indipendente da qualsiasi collocamento geografico o storico.“Questa saggezza non appartiene a nessuna religione o cultura particolare, né proviene esclusivamente dall’Occidente o dall’Oriente. Piuttosto è una tradizione umana di essere guerrieri che è esistita in molte culture e in diversi periodi storici.” (Chogyam Trungpa)Il carattere rei di reishiki ha il significato di saluto, shiki indica il cerimoniale.
Il saluto è un rituale importante e caratterizzante di un’arte marziale, attraverso il quale ci si predispone alla pratica e si mostra rispetto e gratitudine per chi ha fondato l’arte che pratichiamo, per chi ci insegna e per i compagni che ci danno l’opportunità di lavorare insieme.
Nelle pagine di questo libro ho usato, indifferentemente, i termini “palestra” e “dojo” per indicare l’ambiente, dove, su di un tatami ed insieme ad altre persone realizziamo i nostri allenamenti.
Non c’è, nella lingua italiana, una parola che esprima il significato preciso di dojo, ma non credo sia importante come chiamiamo il luogo dove pratichiamo, poiché soltanto noi con la nostra attitudine possiamo riempirlo di significato.
Inoltre, non sempre si ha la fortuna di potersi allenare in un ambiente nato e adibito alla pratica esclusiva delle arti marziali.
Sovente capita di dover praticare Aikido contemporaneamente alla lezione di aerobica o di danza.
Niente in contrario né con l’aerobica né con la danza, certo è che l’ambiente non è proprio quello ideale. Ma questo non è un aspetto sostanziale, poiché, come dice un vecchio proverbio:
“Si può pregare ovunque, ma lì dove si prega, quel luogo diventa sacro.”L’Aikido possibile. Un passo sul tatami – Elena Gabrielli Morari – Ed. Il Calamaio